raffaele fioreUn insegnante capace di rivelarci nuove declinazioni della nostra vita, una maestra che ci ricorda che possiamo portare armonia alle nostre relazioni, un momento di iniziazione di cui prendersi cura. Sono questi alcuni dei molteplici significati che la malattia può assumere secondo il dottor Raffaele Fiore, il cui intervento ha concluso il secondo ciclo di incontri di Danzare con la Tempesta.

di Alberto Fragasso – Italia Che Cambia – 22 giugno 2020

Così è volato anche l’ultimo giro di danze con la tempesta di questa seconda rassegna di interventi online giovedì scorso 18 giugno alle 17.30. Raffaele Fiore ha lanciato fuochi d’artificio parlandoci del significato recondito della malattia e del rapporto intrinseco tra paziente e medico. Fiore è medico, omeopata, psicoterapeuta junghiano, docente Riza e autore del libro “Creatività Medica” che ci porta a osservare come l’incontro con una malattia possa essere un momento di iniziazione nella nostra vita di cui prendersi cura sotto molteplici aspetti.

VIDEO: dalla crisi della relazione terapeutica alla medicina a dimensione umana 

Allarghiamo ancora di più la cartografia della medicina e riconosciamo che il rapporto dell’individuo con tutte le sue relazioni, a partire da quella con il proprio corpo, a quelle con la famiglia e l’ambiente che lo circondano, contribuiscono a influenzare lo stato di salute della persona o di un’intera comunità.

Quando guardiamo alla malattia con questo sguardo troviamo un nuovo significato del nostro percorso di vita, percorrendola con una maggiore ampiezza di respiro. Essa non è solo qualcosa da debellare attraverso un farmaco, ma diventa una sorta di insegnante, capace di rivelarci nuove declinazioni della nostra vita, insinuate nelle pieghe del nostro essere e forse nascoste anche a noi stessi. La malattia è una maestra che ci ricorda che possiamo portare una nuova armonia alle nostre relazioni.

Ecco quindi che un dolore all’intestino si intreccia con la consapevolezza archetipica che quello stesso dolore potrebbe avere una profonda relazione con gli inferi del nostro animo, con traumi vissuti nell’infanzia, con mancate elaborazioni di lutti o con difficoltà esistenziali che stiamo vivendo nel momento presente.

Il corpo diventa un ricettacolo di messaggi, racconta storie di come viviamo, di come approcciamo al nostro quotidiano e ci ispira un nuovo modo di condividere la nostra esistenza con gli altri.

Riconoscendo i suoi segnali quindi possiamo avere una maggiore consapevolezza di ciò che siamo e di quale potrebbe essere la nostra direzione.

Fiore approfondisce anche le dinamiche della medicina allopatica. Il farmaco da questa prospettiva diventa un mero rattoppo dell’animo umano che cela un più grande bisogno di ascolto. Ed è proprio qui che va a parare il suo intervento – e anche il suo meraviglioso libro – al tema dell’ascoltarsi e dell’ascoltare l’altro.

Viviamo in una società bombardata da continue immagini, senza interruzioni, un continuo flow che porta il senso della vista a essere sovrastimolato, rendendo deficitario il senso dell’udito. L’ascoltare però non solo in termini di suono, musica e parola, ma in profondità come ascolto empatico. Tra medico e paziente si crea infatti uno spazio di dialogo che se osservato con la dovuta capacità (o forse auscultato? N.d.A.) renderebbe il medico un’antenna capace di relazionarsi con i bisogni profondi della persona, espressi anche attraverso le dinamiche corporee della sua salute.

Un medico in grado di fare ciò, si rende disponibile all’altro, non in modo meccanico, seguendo semplicemente una burocrazia prestabilita o procedure sterili, ma si abbandonerebbe alla creatività espressiva del corpo del paziente, un’arte naturale umana che porta a disegnare la propria storia personale attraverso disagi fisici, emotivi e talvolta spirituali. In questo abbandono il medico sceglierà poi quale strumento ad arte utilizzare per ridisegnare il progetto di vita del paziente con la sua compartecipazione e responsabilità.

L’approccio di Fiore infatti sottolinea la responsabilità dell’individuo di prendersi cura di se stesso, di essere protagonista attivo del proprio percorso, senza delega alcuna della propria salute. In questo il medico diventa un accompagnatore di questo sentiero con tutti i suoi strumenti e competenze a disposizione.

Un significato della medicina antico come il mondo che abbiamo perso con il sovrautilizzo meccanico della tecnologia e delle procedure omologate. Ogni persona possiede invece una storia, un’autentico sentiero che si sviluppa dispiegando le ali del suo animo. Al medico sta interpretare, ascoltare, riconoscere la bellezza di questo sentiero e lasciarsi guidare per muoversi con il paziente verso uno spazio di cura consapevole.

La tempesta di questi tempi quindi ci ha insegnato tantissime cose e il tuono, le nubi, il lampo ci invitano ora a lasciare dissipare le nostre emozioni per accogliere un sentiero più limpido, la chiara quiete che tutti insieme possiamo generare.

Buon viaggio a tutti e buona estate

Danzare con la tempesta 2: