Rossana                                                               31 dicembre 2021

Cari Soci e Amici della Rete Euromediterranea,
non avrei mai immaginato che il 2021 sarebbe stato la brutta copia del 2020: il mio inguaribile ottimismo mi rendeva propensa a credere che in un anno saremmo stati fuori da questo delirio planetario…

Commentare il 2021 meriterebbe una intera enciclopedia e probabilmente la Storia ne terrà conto…
Non ho trovato invece resoconti e testimonianze sulla Spagnola che mieté forse più di quaranta milioni di vittime fra il 1918 e il 1919: non ci sono racconti, né romanzi o film. Se invece ne conosceste, riceverei volentieri qualche segnalazione per colmare questa mia lacuna. Nel secolo scorso, furono condotte parecchie indagini, anche molto avventurose, per ritrovare intatto il virus che provocò la catastrofe di un secolo fa al fine di prevenire il riprodursi di altri disastri come quello. Evidentemente non ci è servito a nulla.
Anche questa volta, non solo non ci siamo trovati pronti ad affrontare il virus, ma due anni di fiato sospeso, di aspettative in una scienza tanto loquace quanto inconcludente, non hanno impedito la fermata del mondo intero, il collasso economico di gran parte della popolazione mondiale, e un bel numero di contagi che dopo un anno di vaccinazioni serrate non paiono ancora scemare …
Quanto ai morti, relativamente ai due anni, è ancora difficile stabilire quanti siano stati davvero dovuti al Covid, e se il loro numero sia sufficiente a definire la pandemia come una tragedia di proporzioni epiche.
E’ invece la prima volta che i cittadini sono stati letteralmente immersi in una narrazione incessante e alluvionale da tutti i media, senza alcuna possibilità di contraddittorio ma infarcita invece di contraddizioni, ai limiti del ridicolo se ogni affermazione non fosse stata purtroppo presa sempre sul serio.
Abbiamo nel frattempo condannato una generazione di giovani vite a vivere segregata e atterrita da un agente patogeno – uno dei tanti con cui siamo da sempre abituati a convivere, a considerare normale nascondere il volto per ragioni di salute pubblica e a sprofondare nell’alienazione, nella solitudine, nella disperazione. I suicidi fra i giovani sono aumentati, quelli sì.
Non spenderò parole per commentare l’inaccettabile contrazione dei diritti fondamentali senza che ve ne sia più una plausibile ragione (tranne l’evidente impotenza e il fallimento della medicina a contrastare con i mezzi propri un agente infettivo di una famiglia nota): l’argomento è di natura giuridica, campo del quale non ho alcuna competenza, e la sua importanza per la democrazia merita ben altri specialisti.
Mi tocca invece osservare che, in un periodo di tale gravissima emergenza, non si sono fatte assunzioni per rimpiazzare le antiche carenze di personale, che avevano già compromesso da tempo la tenuta del servizio sanitario, e che addirittura si è arrivati a sospendere per un anno operatori sanitari senza porre alcuna attenzione a quali ulteriori carenze si dovesse far fronte, sottraendo così ulteriori qualificate risorse all’assistenza dei pazienti.

Di conseguenza, si chiudono ambulatori, si rinviano interventi chirurgici di prima necessità per tutte le altre patologie di cui si continua a soffrire, e a morire, in numero assai più elevato che in ogni ondata di Covid. Come si spiega e perché si accetta questo palese paradosso che si sta producendo sotto i nostri occhi? C’è un modo per invertire la narrazione martellante che ci frastorna e dissipare il velo che offusca la lucidità di gran parte della gente mentre il Paese corre alla rovina?

Non solo mi auguro che vi siano risposte positive a questi interrogativi ma vedo che ovunque sorgono iniziative creative e radicalmente alternative a una situazione che è arrivata ormai al punto del non ritorno.

Ciò riguarda soprattutto le due principali istituzioni che reggono il Paese, scuola e sanità, entrambe messe duramente alla prova in questi due terribili anni e ormai irrimediabilmente minate nella loro identità e struttura.
Inedite modalità di educazione nascono nelle comunità di genitori, sagomate sulle effettive esigenze dei bambini; la cura prende forme inconsuete e sorprendenti fra operatori che, stremati da una medicina opprimente, hanno alzato la testa e rinunciato al posto fisso. Da lungo tempo in sanità si percepiva l’insofferenza per protocolli, linee guida, fino all’estrema aberrazione di ostacolare per legge le cure ai pazienti in aperto contrasto coi precetti di “scienza e coscienza”: questo modus operandi ha finito per esaurire lo spirito di adattamento di una parte dei sanitari.

L’umanizzazione di cui ci occupiamo da anni, lungi dal diventare strutturale alla pratica medica in ambito sanitario e nella formazione accademica, è rimasta un pallido palliativo di compensazione alle norme sempre più stringenti e asfissianti. Con l’emergenza Covid, è stato ribaltato anche quel poco che ne restava: si sono impedite le visite ai parenti nelle RSA; tanta gente è morta da sola nelle corsie; gli operatori hanno sopperito al dolore di quelle assenze come potevano, per il tempo che avevano a diposizione e con le pochissime energie fisiche ed emotive che restavano loro.

Chi ha veramente a cuore la cura sente di non riuscire più ad accettare regole che hanno il sapore di un ricatto, ha invece il desiderio e la capacità di cambiare approccio, e per cambiare non può restare nel recinto. Sta spirando un’aria fresca, ancora colma di incertezza e di cautele, ma per molti il dado è ormai tratto e non torneranno indietro perché sanno di non voler più accettare compromessi al ribasso e mediazioni la cui posta in gioco è la loro stessa umanità.
L’umanizzazione della cura non consiste in un esercizio retorico di belle parole né può accontentarsi di gesti cosmetici: l’umanizzazione è una necessità intrinseca del processo di cura. Chi ha risvegliato in sé l’umanità, chi l’ha nutrita come un fiore segreto, ha visto che risultati produce, su se stesso e sul paziente. Il suo stato psico-fisico migliora, la creatività si accende, la fiducia cresce e il paziente trova risorse sopite per affrontare la malattia, si placa la sua paura della morte. Quando un operatore ha capito questo non accetta di sprecare la propria vita se può investirla in qualcosa in cui crede e che lo fa sentire in pace con la propria coscienza.

Ebbene, come l’influenza spagnola, negletta e oscurata, dette luogo al tempo del jazz, al charleston, alle donne con le gonne corte e i capelli alla maschietta, rivoluzionando d’un balzo costumi e abitudini, così succederà inevitabilmente dopo il prolungato confinamento imposto dal Covid.

La Vita ha risorse imprevedibili, e scorre come un fiume impetuoso travolgendo la paura, le regole, le assurde imposizioni. Come le acque del fiume, trova la sua strada e forgia la terra che irrora facendo ricrescere piante e fiori anche dove c’era il deserto.

Non abbiamo bisogno di resistere e reagire, dobbiamo ESISTERE ed AGIRE!
Aprirci alla Vita nutrendo piena fiducia nella sua potenza ci guiderà verso nuovi orizzonti

Carissimi Soci e Amici, vi abbraccio con affetto e Vi auguro un fervido 2022!!

Rossana

AUGURI 31:12:2021pdf

Rossana Becarelli, medico, antropologa, filosofa della scienza, presidente di HUM MED (Rete Euromediterranea per l’umanizzazione della medicina) già direttore sanitario dell’Ospedale Oncologico San Giovanni Antica Sede di Torino, primo centro oncologico italiano dal 1927.