Una lettura che ci conforta e ci rassicura che, pure in questo tempo dal lessico monco e paralitico della sovraspecializzazione cognitiva, possiamo ancora speculare, dissertare e dissentire celebrando la non marginale essenza di ciò che ci fa “umani”: la cultura.

Il Pedante – 12 maggio 2020 –

I do not believe that a nation dies save by suicide. To the very last every problem is a problem of will; and if we will we can be whole. (G.K. Chesterton)

I.

Non è facile commentare il periodo che stiamo attraversando. Mentre i più lo traducono nelle cronache e nei bollettini sanitari di una malattia che circolerebbe dall’inizio dell’anno, qualche avanguardia critica si spinge a denunciare gli errori con cui sarebbe stata gestita la collegata emergenza. È però ormai evidente che le reazioni e i pensieri innescati dalla patologia virale, su cui pure si fissa disciplinatamente il dibattito, evidenziano le piaghe di una patologia antropologica più vasta da cui emergono i limiti, se non forse anche la fine, di un intero modello antropologico e sociale.

Per restare nel dominio semantico che tiene banco, prima di valutare le cause e i rimedi occorre dare una chiara descrizione dei sintomi. In punto di fatto, la sospensione delle attività sociali oggi imposta per arginare la trasmissione di un virus non ha precedenti in tempi di pace e forse anche di guerra, scaricandosi ora l’intero potenziale offensivo e difensivo dello Stato sulla sola popolazione civile. Il combinato delle misure in vigore ha creato le condizioni di un esperimento, inedito per radicalità e capillarità, di demolizione controllata del tessuto sociale che parte dai suoi atomi per diramarsi verso la struttura. Alla base sono colpiti gli individui: terrorizzati dall’infezione e dalle sanzioni, braccati nella quotidianità con un accanimento e un dispiegamento di mezzi che è raro riscontrare nella repressione dei crimini più efferati, segregati tra le mura domestiche, allontanati dai propri cari, isolati nella malattia e nella morte, istigati alla delazione e al terrore – quando non direttamente all’odio – del prossimo, privati dei conforti della religione, senza istruzione, costretti alla disoccupazione e a vivere dei propri risparmi nell’attesa di un’elemosina di Stato, stipati come bestie in batteria e ridotti ad abitare il mondo attraverso gli ologrammi gracchianti di un telefonino. La speranza stessa della liberazione diventa fonte di angoscia per l’incertezza delle previsioni e l’enormità dei messaggi accreditati in cui si annunciano «rimedi» fino a ieri quasi indicibili per i nostri standard giuridici e morali: dal tracciamento digitale dei cittadini e del loro stato di salute, riservato finora solo alle specie selvatiche, alla somministrazione presumibilmente coatta di farmaci che ancora non esistono(se mai esisteranno) o, in alternativa, che nulla hanno a che fare con la patologia in oggetto; dalla smaterializzazione dei rapporti umani più stretti al prelievo forzoso degli «infermi», fino ai sogni più sfrenati di tatuaggi e certificati digitaliper poter condurre una vita (si fa per dire) normale.

Su questa base disgregata, disorientata e ferita vacilla l’edificio di tutto ciò che è sociale: le produzioni e i consumi e perciò l’occupazione, le imprese, i salari, il gettito fiscale, i collegati servizi, le finanze pubbliche ecc., la partecipazione politica e i processi decisionali, il volontariato, gli svaghi, la scuola, le amicizie e gli amori (e quindi anche la formazione di nuove famiglie, la riproduzione), le celebrazioni religiose, gli scambi culturali e, non proprio ultima, la stessa salute che si vorrebbe salvare, assediata sul versante psichico da isolamento e privazioni e su quello fisico dalle difficoltà di accedere ai servizi sanitari. Se per Aristotele l’uomo è un animale sociale, a un’umanità così deprivata delle sue interazioni vitali non resta appunto che la scorza di un primate in gabbia: incattivito, inetto, dipendente dal padrone.

II.

Tutto ciò, come si è scritto, accade nel nome di un’emergenza sanitaria innescata dalla presenza di una nuova malattia. Non è utile addentrarsi qui nei dibattiti che dividono gli esperti quasi su tutto, dai meccanismi di trasmissione del virus alle terapie più efficaci, dalla natura del patogeno alle migliori tecniche di prevenzione e gestione dei contagi, e altro. Basta riconoscere che si tratta appunto di dibattiti, tanto più accesi in quanto il loro oggetto è ancora sconosciuto e recente, e che perciò la promessa dei politici di ogni colore, di attenersi solo a quel che «dice la scienza», non può che nascondere l’inganno proprio di ogni promessa tecnocratica di selezionare nel vasto e contraddittorio oceano delle opinioni scientifiche solo quelle che si prestano a sostenere un obiettivo già stabilito, così da farlo apparire inevitabile e necessario, immune dal dibattito e quindi dai requisiti di trasparenza e partecipazione del metodo democratico.

Il sospetto che si stia strumentalizzando l’evento è suggerito in fondo da una semplice osservazione già sviluppata altrove: che le soluzioni caldeggiate con più insistenza per proteggersi dal contagio sono più o meno le stesse già imposte o proposte per affrontare altre emergenze del passato: la digitalizzazione di scuola, politica e lavoro, la sorveglianza di massa e la compressione delle libertà individuali, la limitazione dei consumi e dei movimenti, i pagamenti elettronici, la censura delle informazioni «false», l’estensione degli obblighi di vaccinazione, le cessioni di potere ai tecnici, l’accensione di nuovi debiti pubblici e privati, l’accelerazione dei processi di integrazione sovranazionale ecc. Il fatto che a emergenze diverse corrispondano soluzioni sempre uguali dovrebbe sollevare molti dubbi, se non sulla genuinità dell’allarme di volta in volta lanciato, almeno sulla sincerità dei «salvatori» e dei loro moventi.

Il concetto di crisi come opportunità da non «sprecare» (Philip Mirowski) o strumento deliberato per imporre ai popoli sotto «shock» (Naomi Klein) stravolgimenti politici altrimenti inaccettabili in condizioni di equilibrio, è stato richiamato spesso, ad esempio dal nostro Mario Monti in una famosa intervistasulle «gravi crisi» necessarie per costruire la nazione europea. L’applicazione del concetto alla salute, già preconizzata nei lavori di Michel Foucault sul «biopotere» e di Irving Kenneth Zola sullo «Stato terapeutico», approda nel nostro secolo alla rivalutazione in chiave apocalittica di una nutrita serie di infezioni secondo il paradigma terroristico della «biosecurity» descritto da Patrick Zylberman. Siccome «l’umanità evolve in misura significativa solo quando ha veramente paura» argomentava Jacques Attali nel 2009, «una pandemia… potrebbe innescare una di queste paure strutturanti» e permetterebbe quindi «molto più velocemente della sola ragione economica, di gettare le basi di un autentico governo mondiale».

III.

Quali che siano le intenzioni e la credibilità di chi tiene le redini di questo esperimento, va registrata l’adesione non certo scontata dei suoi soggetti. Per rispondere alla domanda sul come e il perché la popolazione generale stia accettando di pagare un prezzo così alto per affrontare un singolo rischio, ci soccorre uno strumento analitico introdotto da Vladimiro Giacchè ne La fabbrica del falso. Lì lo studioso coniava la figura della «falsa sineddoche» per presentare una fortunata tecnica di manipolazione dell’opinione pubblica che fa leva sulla somministrazione non già di informazioni false, ma di selezionati dettagli che, tacendo il resto, assurgono nella percezione dei destinatari a rappresentare l’interezza del dato. In questo modo, ad esempio, si può scatenare l’odio verso un governo ostile esponendone i pochi crimini e omettendone i molti meriti. O delegittimare una manifestazione pacifica di molte migliaia di persone raccontando solo le prodezze di qualche facinoroso. Poiché la realtà è sempre contraddittoria e plurale, il rischio della falsa sineddoche è insito in ogni cernita narrativa. Per quanto frequentemente utilizzato con dolo il suo meccanismo poggia su un limite oggettivo della cognizione umana che diventa insidioso quando l’abbondanza delle informazioni crea nei soggetti l’illusione di poter davvero attingere alla conoscenza della totalità. Nei fatti, invece, la scarsità delle risorse neurali ammette l’elaborazione di una parte finita del dato e la proietta sulle lacune informative circostanti, secondo un processo di analogia e sintesi in cui intervengono anche pregiudizi e desideri.

Più di molte vicende recenti, quella del «coronavirus» sembra ergersi come un monumento alla falsa sineddoche, un caso di scuola dove l’estensione abusiva del frammento al tutto si è fatta sistema a ogni possibile livello. Già a partire dalla base numerica delle infezioni, i cui casi registrati rappresenterebbero non solo una piccola parte degli effettivi, ma anche quella più sbilanciata verso gli esiti sintomatici e severi, perché più facilmente noti alle autorità sanitarie. L’esclusione della più ampia parte di casi senza sintomi e lievi aumenta la percezione della pericolosità e della letalità della malattia verso tutti. Come molte altre patologie, anche quella che giustificherebbe oggi la reclusione di tutti si accanisce in modo grave solo su una parte della popolazione, cioè la più anziana e debilitata. Il 95% dei decessi ha interessato gli ultrasessantenni e l’85% gli ultrasettantenni, con un’età media dei deceduti di 80 anni, un anno in meno dell’aspettativa media di vita maschile in Italia. Se tra chi ha meno di 20 anni la mortalità per Covid-19 è pari allo 0,000019% (due casi), chi ne ha meno di 30 ha più probabilità di finire annegato, chi meno di 40 precipitando accidentalmente, chi meno di 50 in un incidente stradale (ultimi dati disponibili, ISTAT 2017). Ma anche su questi numeri grava il macigno della falsa sineddoche, se è vero che solo in quattro pazienti deceduti su cento non erano già in corso patologie anche gravi o mortali, mentre alcuni addetti ai lavori sospettano che il virus a cui si imputano le morti abbia in certi casi svolto una parte accessoria se non irrilevante nell’intero decorso fatale, o che comunque i criteri di registrazione delle cause di decesso siano stati poco rigorosidifformi o viziati da incomprensibili omissioni. Tra gli ultimi a intervenire sul tema, il medico legale e presidente dell’ordine dei medici della Liguria Alessandro Bonsignore ha osservato che inserendo tra i casi di morte per Coronavirus «tutti quelli che sono stati scoperti positivi o durante la vita o anche nel post mortem… stiamo praticamente azzerando la mortalità per qualsiasi patologia naturale che sarebbe occorsa anche in assenza del virus». Con il risultato, ad esempio, che «all’obitorio comunale di Genova i decessi per patologie non Covid sono praticamente scomparsi». Non da ultimo, il pericolo nel cui nome si è bloccato tutto il Paese ne ha in realtà colpita gravemente solo una parte: le regioni del nord ovest e specialmente la Lombardia, che pur ospitando il 16% della popolazione nazionale ha espresso il 37% dei casi e addirittura il 54% dei decessi, con picchi di mortalità abnormi in alcune province su cui sarebbe saggio indagare. Altre vaste aree del Paese, ad esempio tutto il Sud e le isole, sono state solo marginalmente toccate dal problema e non hanno registrato variazioni anomale di mortalità.

Questo accavallarsi di estensioni del dettaglio sul tutto ha fatto sì che il caso peggiore diventasse la norma, prima nel sentimento generale e poi nella giurisprudenza, facendo poltiglia dei criteri di proporzionalità e circoscrizione a cui dovrebbe attenersi una buona amministrazione. In pratica, ogni singolo italiano ha visto se stesso come un anziano cardiopatico residente nella provincia di Bergamo e come tale è stato trattato dalle autorità, senza distinzioni e quindi senza neanche dedicare attenzioni speciali alle situazioni più a rischio. La distorsione per così dire «tecnica» e originaria ha spalancato gli inferi dell’indiscriminazione. Se la salute è un bene, un virus per quanto aggressivo non è che una singola parte di tutto ciò che la minaccia, dalle centinaia di migliaia di patogeni in circolazione alle migliaia di malattie diagnosticate ogni giorno, di cui le più pericolose e diffuse – quelle cardiovascolari e oncologiche, responsabili di quasi due terzi delle morti in Italia – non sono infettive. Le malattie stesse concorrono poi solo in parte a definire il più ampio concetto di salute, che per l’Organizzazione mondiale della sanità è uno «stato di completobenessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia o infermità» (Costituzione dell’OMS, corsivi miei). È consolidata la nozione che stress, privazioni materiali e affettive, emarginazione, paura e altre forme di malessere «psichico e sociale» esercitano un impatto diretto sulla salute fisica. Non da ultimo, la salute correttamente intesa in ogni sua articolazione è sì tutelata dalla legge, ma è a sua volta parte di un intero corredo di diritti, tuttiugualmente incomprimibili, che si integrano e si rinforzano a vicenda per realizzare la società immaginata dagli architetti costituzionali.

IV.

La falsa sineddoche è un fallimento cognitivo che distorce la realtà depauperandola e alterandone le proporzioni. Se applicata alla prassi è specialmente pericolosa perché crea l’illusione di una gerarchia dove una istanza ossessivamente fissata cannibalizza le altre e ne reclama l’asservimento a sé e la sacrificabilità, fino ad annullarle. Il metodo «emergenziale» che ha indirizzato il sentire e le decisioni più importanti del nostro secolo trae linfa da questo paralogismo nella misura in cui impone allarmi di volta in volta improcrastinabili ed esclusivi all’attenzione del pubblico e dei decisori, li incarta a ogni nuovo giro nella retorica bellica dell’«attacco senza precedenti» e rende così accettabile l’olocausto di ogni altro valore, fosse anche il più sacro, che si ritenga d’intralcio sulla via della vittoria. Dal terrorismo allo «spread», dalle migrazioni alle malattie esantematiche, dalla corruzione ai «fascismi», da «la Cina» che ci spinge nel vasto mondo al virus che ci rinchiude tra la cucina e il bagno, trascinato da un’eccezione all’altra il corpo sociale si appiattisce e si spoglia delle sue dialettiche, delle trame e dei tessuti connettivi che ne mantengono in equilibrio la complessità. Schiacciato dal pericolo unico si accartoccia nel pensiero unico e nella parola unica, dirotta le sue energie migliori nell’irrilevanza delle tifoserie teoretiche e diventa un giocattolo elementare, docile al manovratore.

Un organo non può però vivere senza un organismo, non si può quindi curare il primo sopprimendo il secondo. All’atto pratico, strabilia la pretesa di evitare un rischio, in quest’ultima versione di tipo sanitario, producendo una valanga di rischi incalcolabilmente peggiori, anche dello stesso tipo. Se la malattia che si teme oggi colpisce una parte della popolazione con esiti gravi in una parte dei casi, la devastazione antropologica con cui la si vorrebbe frenare colpisce tutti: nella salute psichica minata dal terrore, nella sussistenza, nell’accesso ai servizi e nello sfregio delle funzioni umane più elementari che, per colmo di raccapriccio, si sperimenta partendo dai corpi e dalle menti dei più giovani. Sorvolando sulla salubrità di chiudersi in casa o di respirare gli scarichi dei propri polmoni, strabilia che non si sia ad esempio previsto, come denuncia oggi il presidente della Società Italiana di Cardiologia, che dall’inizio dell’epidemia le morti per infarto e altre patologie del cuore – prime cause di decesso in Italia – sarebbero triplicate a causa della riduzione dei ricoveri e dei ritardi degli interventi «per paura del contagio». O che più di due terzi degli italiani avrebbero rinunciato a effettuare accertamenti e visite specialistiche per paura di uscire (Demopolis). O ancora, che nel giro di poche settimane sarebbe più che raddoppiato il numero di coloro che si rivolgono alle Caritas diocesane per chiedere cibo e sussidi. O più in breve, che presto «le conseguenze del Coronavirus uccideranno più persone della pandemia stessa» per gli effetti della recessione sui più poveri, come ammonisce ancora Caritas Internazionale. Queste non sono che timide ricognizioni in corsa, ma basta davvero poco per immaginare quali rovine umane si trascineranno con sé i fallimenti a migliaia e la disoccupazione a milioni e, sullo sfondo, l’aggressione alle radici della dignità e del diritto che ci proteggono non solo dal bisogno, ma più a fondo dall’imbarbarimento, dalla guerra e dal caos.

Strabilia infine che tra chi si balocca coi sofismi della grande economia quasi nessuno sia stato ancora sfiorato dal dubbio che una comunità in cui non si lavora e le cui forze più fresche e produttive devono insensatamente abbruttirsi nell’ozio, dove si mandano per sempre al macero interi settori di impresa e ci si vota all’assistenzialismo, ebbene che una comunità del genere non ce l’abbia neanche più, un’economia. Disossata e dissanguata, stramazzerà sotto i colpi di qualsiasi emergenza pubblica e quindi anche di quella contro cui oggi pretende di vincere. E basterebbe fermarsi qui. Se già ieri il comparto pubblico piangeva miseria, da domani, con il prosciugamento delle entrate fiscali, chi pagherà gli stipendi dei medici-eroi? E le postazioni di terapia intensiva? E i pronti soccorsi? E tutta la sanità pubblica? E se i giovani che possono lavorare senza correre grandi pericoli devono astenersi per amore dei vecchi (salvo poi respingerli sulla soglia dell’ospedale perché… mancano i letti), chi pagherà a questi ultimi non dico le cure, ma anche le pensioni che qualcuno ha già insinuato essere a rischio? E non è, si badi, una questione di soldi. Senza la ricchezza creata dal lavoro i soldi sono carta straccia oppure debiti da ripagare liquidando gli ultimi tranci vivi del patrimonio comune, secondo la più limpida e vieta parabola terzomondiale.

V.

Non occorre insistere oltre sulle incongruenze di questa folle mutilazione, che da tante altre del recente passato si distingue solo per la macroscopia dei suoi effetti. Se la falsa sineddoche fotografa l’allucinazione di una civiltà che si crede guidata dal raziocinio e dalla nuda legge dei «dati», nulla dice delle pulsioni che agitano gli officianti di ciò che si presenta in ogni sua parte come un culto, con i sacerdoti-esperti, i tabù, le mitzvòt che regolano ogni minuto gesto quotidiano, i niqāb azzurrini e gli arredi liturgici in plexiglass, i peccatori-passeggiatori, gli scettici miscredenti, i falsi profeti della plasmaferesi, la coscienza di un nemico onnipresente e invisibile che si impossessa dei corpi e l’attesa messianica dell’eucarestia vaccinale. Su tutto svetta la dimensione sacrificale che non ammette limiti alle sue offerte e spinge gli oranti a spogliarsi di tutto, dalla materialità degli averi e dell’integrità fisica all’immaterialità delle leggi costituzionali, naturali e morali. Le pulsioni alla base non possono perciò essere che quelle della distruzione di sé, di un impeto nichilista in cui forse cova la chimera pasquale dei nostri contemporanei di azzerare il fallimento di un’epoca immolandosi con essa, per poi rinascere purificati dal dolore in un mondo dove «nulla sarà più come prima».

Paolo Becchi, tra i pochi con Giorgio Agamben ad avere osato una critica filosofica della vicenda, richiama molto opportunamente la distinzione aristotelica tra bíos (la vita vissuta come esperienza del mondo e di sé, come progetto) e zoé (la nuda vita biologica) per denunciare il paradosso a cui ora si assiste: di morire per paura della morte. Se la limitazione di movimenti e contatti può ridurre la trasmissione dei microbi, il divieto di accoppiarsi eliminerebbe le malattie veneree, la marchiatura dei sieropositivi l’HIV, la chiusura delle strade i sinistri, la messa al bando degli alcoli le cirrosi, la fine degli allevamenti l’abigeato, l’eradicazione degli alberi la galaverna, la proibizione dei coltelli gli accoltellamenti, l’abolizione delle famiglie i maltrattamenti della prole, la soppressione della proprietà il furto. Di rinuncia in rinuncia, da un corto circuito all’altro, stiamo scoprendo in breve che l’unica «malattia sempre mortale» è la vita stessa (Italo Svevo) e che non si può estirpare la zizzania del male senza distruggere il grano buono, se non in un tempo che non è quello degli uomini (Mt 13, 29-30). Stiamo recuperando in chiave volgare il pessimismo gnostico che nella materia corruttibile – e quindi anche nella nostra carne – vede il parto di un demiurgo malvagio e ritrova oggi forza nell’isolamento e nella sterilizzazione dei corpi, nella dematerializzazione delle loro funzioni sociali e nella religione scientifica, già gnostica e sapienziale nell’etimo, tra i cui i primi editti non poteva appunto mancare il divieto di celebrare lo scandalo (1 Cor 1,23) della divinità incarnata nel pane azzimo. Quello con le uvette o col sesamo lo si può invece prendere dalle mani di un commesso, nihil obstat.

Emerge allora la dimensione ultima e spirituale del problema e il suo essere frutto di una eclissi del trascendente che ha rinchiuso i moderni nell’orizzonte breve e parziale della loro avventura terrena, costringendoli come porci con la faccia nel fango. Se non nel divino, ciò che trascende e sostanzia insieme il nostro essere tutto umano è nelle opere morali, intellettuali e politiche che superano le generazioni. Sicché si è giustamente osservato che mentre celebriamo chi ha sacrificato ieri la vita per non perdere la libertà, ci riduciamo oggi all’ignominia di sacrificare la libertà per non perdere – forse, non si sa mai, ma solo nel caso peggiore – la vita. Con il risultato – questa sì, una lezione importante – di perdere entrambe.